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 E Dante svelò l'avidità di noi moderni 
 
   
E Dante svelò l'avidità di noi moderni
Di Guido Rossi

Non sono tanto i versi bellissimi, né il panegirico di San Francesco d’Assisi a far ammirare l’undicesimo canto del Paradiso, quanto la sua suggestiva modernità. È il canto delle contraddizioni umane nei loro diversi aspetti, di incoerenza, da quello più generalizzato della vita sociale, religiosa, politica ed economica a quello più individuale dai sentimenti intimi e tormentati.
È il momento in cui le lotte cittadine si fanno più aspre nella trasformazione dell’inerte sistema feudale verso un’economia di capitalismo mercantile e finanziario, che ha il suo momento di maggior splendore nella Firenze del Duecento e del Trecento. Ma l’uomo intento decade, sicchè la decadenza diventa sinonimo di modernità. «O insensata cura de’ mortali» è il primo verso delle tre magnifiche terzine che descrivono l’affannosa vita che conducono gli esseri umani nella loro frenetica attività. E qui nessuno è risparmiato: si comincia col giurista («Chi dietro a iura», v.4), per passare poi al medico, al sacerdote, al politico («e chi regnar per forza o per sofismi», v.6), all’amministrazione della cosa pubblica, al ladro (al corrotto), al lussurioso e all’ozioso.
Tutti colpiti dall’avidità rappresentata altrove dalla lupa, la cui sinistra e nefasta influenza, fin dall’inizio dell’Inferno, domina nelle tre cantiche, vizio principe che manda in rovina il mondo intero, causa prima di disfacimento della civiltà cristiana. Par qui di leggere versi premonitori della Favola delle api di Bernard de Mandeville del 1714, il quale certamente non conosceva il Paradiso, ma a quei versi sembra invece essersi largamente e puntigliosamente ispirato. Gli uomini virtuosi, come le api, manderanno in frantumi il vecchio mondo, ricolmo di avide ricchezze. Non sono forse i versi danteschi un’impietosa fotografia dell’attuale capitalismo finanziario? La modernità di quelle terzine è sorprendente anche nell’aver messo per primo il giurista a svolazzare a terra con «difettivi sillogismi» (v. 2), coi quali si alimenta l’avidità. Mentre noi restiamo inchiodati a tali bassezze, Dante, «da tutte queste cose sciolto» (v. 10), se ne sta con Beatrice nel cielo del Sole, circondato da un cerchio di spiriti beati, Padri della Chiesa e Maestri di sapienza. Tocca proprio a uno di loro, a Tommaso d’Aquino, nella spiegazione di un suo verso riferito all’ordine dei domenicani al quale appartiene, («u’ ben si impingua se non si vaneggia», canto X, v. 96), disvelare la prima grande contraddizione attraverso il panegirico di San Francesco. Contraddizione nella quale è caduta anche la Chiesa. Mala provvidenza ha mandato Francesco e Domenico a garantire alla Chiesa sicurezza e fedeltà a Cristo. Essi hanno fondato gli ordini mendicanti, dei quali in questo e nel successivo canto, pur si lamenta la decadenza quando i lor seguaci tradiscono i principi dell’ordine e si allontanano dall’insegnamento dei fondatori. Ecco, per Dante, la chiara spiegazione del discorso di Tommaso d’Aquino, che sol vuol dire che anche nel gregge di Domenico si trova un buon pascolo, se non ci si smarrisce («se non si vaneggia»). Ed ecco anche il panegirico di San Francesco, il quale si presenta come l’uomo nuovo, l’opposto perfetto di chi in terra si agita insensatamente, per la ricerca di quel che l’avidità detta, di quel che la ricchezza impone. Il panegirico è un capolavoro, come ha ammesso lo stesso Benedetto Croce, pur insensibile ad altre bellezze poetiche di questo canto. Mail panegirico, proprio perché esige artifici, rende ancor più manifesta la contraddizione. Nessun riferimento al Cantico delle creature, o al Testamento, né ai più importanti soggetti dell’iconografia di San Francesco che, ad Assisi, hanno raggiunto con Giotto forse il momento più incisivo ed esteticamente superbo della pittura italiana, nella sua trasformazione verso la modernità. Essi raccontano con dovizia aneddotica di particolari i momenti più salienti della vita del santo. Il panegirico funziona, invece, non tanto in descrizioni, ma soprattutto per allegorie e la figura di Francesco è del tutto indipendente e autonoma rispetto a quella tradizionale, poiché anch’essa deve obbedire al messaggio primario del canto: il principio delle contraddizioni umane. Soltanto un cenno ad Assisi, che meglio dovrà chiamarsi «Oriente» (v. 54) e con Francesco «nacque al mondo un sole» (v. 50) e poi lo scontro fra l’uomo nuovo (il sole) e l’uomo capitalista moderno (il padre di Francesco: Pietro Bernardone) fa esplodere la contraddizione. La metafora lascia subito il posto alla allegoria dell’amore di un giovinetto per una donna alla quale «come alla morte, / la porta del piacer nessun diserra» (vv. 59-60), e per la quale egli si mette in guerra col padre e si unisce a lei sotto gli occhi di tutti «poscia di dì in dì l’amò più forte» (v. 63).
L’uomo nuovo non è avidità, ma è amore. Dante non fa ancora il nome della donna e crea così nel lettore una curiosità morbosa, con versi che alternano cadenze da poesia cortese, da «dolce stil novo», ad aspri riferimenti sessuali. La contraddizione dunque continua, anche nel dettaglio e nell’intimità, poiché non pare peregrina l’interpretazione di Erich Auerbach che, l’apertura della porta del piacere, che di quella donna «nessun diserra», deve essere intesa come fatto sessuale, sicché la porta altro non è che quella del corpo femminile. Eros e Thanatos, al culmine dello scontro, del contrasto, della contrapposizione violenta preludono alla rivelazione della donna, non ancora nominata, ma da più di millecent’anni privata del primo marito (Cristo) e sconosciuta e disprezzata da tutti, prima che Francesco la prendesse in sposa. All’«insensata cura de’ mortali», alla civiltà materiale comandata dall’avidità, si oppone in contraddizione violenta, come ancora di salvezza e di utopica redenzione lo schifoso congiungimento carnale con una donna vecchia, orrenda e disgustosamente da tutti ripudiata: la Povertà (eccola finalmente «Francesco e Povertà per questi amanti», v. 74), in un miscuglio di carnalità indecorosa e di dignità spirituale altissima («amore e maraviglia e dolce sguardo / facieno esser cagion di pensier santi», vv. 77-78). E così la sposa piace talmente che tutti la desiderano e la rincorrono, scomposti e scalzi, Bernardo, Egidio, Silvestro. Alla faccia del nono comandamento: non desiderare la donna d’altri. L’allegoria della Povertà è stata da Dante tratta certamente da una celebre scrittura francescana, il Sacrum commercium, dove la Povertà è il modo di Francesco di imitare Cristo, di uscire dalla cultura della discriminazione e della violenza, nella previsione di un nuovo contratto sociale che ha come prima norma la solidarietà e il servizio dell’uomo all’uomo: non «homo homini lupus» reso celebre da Hobbes, ma «homo homini homo» come avrebbe tre secoli dopo teorizzato, questa volta, il domenicano Francisco Vitoria. Che poi Francesco abbia ottenuto il riconoscimento del suo ordine dai papi Innocenzo e Onorio, nel riuscito tentativo della Chiesa di eliminare l’eresia e di omologare e legittimare le contraddizioni, che Francesco abbia predicato al Sultano la fede cristiana e che infine i domenicani, «pecore remote / e vagabunde» (vv. 127-128), debbano seguire l’insegnamento del loro fondatore («U’ ben s’impingua, se non si vaneggia» (v. 139), sono tutte immagini che, insieme con le altre, si susseguono, a conclusione di uno dei canti esteticamente più belli e intellettualmente più stimolanti e moderni della Commedia.

Pubblicato sul Corriere della Sera del 17 agosto 2004