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 Fuori dal comune




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Derby

Dall'asilo di Via Arosio si vede lo stadio.

E proprio lì siamo cresciuti nel periodo
pre-scolare noi giovani abitanti del quartiere San Siro liberando innocenti le nostre immonde corporalità tra i pantaloni, e siamo entrati nella pubertà guardando le Curve storiche e sognando un giorno di rappresentarle (i più energetici) o di essere ospitati in tribuna d'onore gold (i più furbi).

Ora gli occhi del mondo calcistico sono puntati qui, tra Via dei Rospigliosi e Viale Fetonte; e nei quartieri adiacenti al Piazzale Axum scorrono le puntate su chi dovrà listare a lutto la propria via o violare la Chiesa Calasanzio che qualche architetto malvagio ha ridisegnato condannando gli indigeni a sposarsi in un luogo umido e orrendo.

Per noi residenti della zona questo derby vale ancora di più: è la facoltà di incontrare il vicino milanista e, indicandogli le torri a cilindro, bisbigliargli: "Quella è la mia Cattedrale, quando entri non fare rumore".

Sono cresciuto all'inizio di Via Novara nell'incrocio con Via Chinotto, che per noi indigeni è la Quinta Avenue di Milano, bella com'è tra un impianto militare e la rimessa delle filovie ATM. La caserma Santa Barbara si gloria d'essere una delle ultime in Italia che può contare su mezzi ippotrainati, così che in caso di violento attacco alla zona Baggio da parte delle isole Samoa, i nostri cavalli bai potrebbe scortare i mezzi di artiglieria, mentre i soldati caricano palle di cannone a volontà. In realtà, a parte il nitrire di qualche sparuto pezzato bizzo, la vita del quartiere non pare disturbata dalla prospettiva di un furioso blitz aereo contro l'impianto che custodisce le preziose stalle dell'apparato bellico italiano.

Crescere nella mia tavola del Tuttocittà, a 400 passi dalla biglietteria di Axum, non è mai stata una grande responsabilità; anzi negli anni ottanta non mi è mancato nulla: c'erano i nostri giardinetti coi bambini violenti, gli asili in cui affinavamo la punizione a foglia morta, c'era la piscina del Don Gnocchi dove ti mettevano nel cloro senza adeguata preparazione, e tu compivi il parto in acqua con sette anni di ritardo rispetto all'usuale tabella di marcia. E' sempre stata una zona a metà tra l'esistere e il non esistere, come forse è nel carattere di un luogo che ospita uno stadio: per due giorni alla settimana ti fa sembrare intollerabili il traffico e la confusione, ma poi tutto torna nel tran-tran coi posteggi facili, le chiazze di verde sfigato, i rettilinei per l'alta velocità da Viale Caprilli a Via delle Forze Armate. Insomma, un vero paradiso per quel cittadino che vuole restare anonimo in un posto per tutte le stagioni, con eleganti palazzi nuovi di fianco alle costruzioni 'seventies' dotate di impianti elettrici non a norma e che dominano la gloriosa Scuola San Celso, la cui uscita degli alunni delle elementari intossica il traffico più di un derby.

La zona a cui il mondo guarda ora sta evolvendo, segue il passo dei tempi: dalla globalizzazione fino al supermercato col room service. Mi tranquillizza sapere che il grande 'business' si è accorto di noi: hanno aperto in meno di un km due cucine del noto fast-food americano, un negozio di sedie in legno svedese, e un 'megastore' di poltrone che ha sostituito lo storico mercato di Piazza Melozzo, in cui capitava di essere riconosciuti dal lattaio o dal macellaio, macerie di un passato che per fortuna non torna più.
Non ci ha dimenticato neanche la popolare catena di videocassette, quella a cui non basta offrirti la visione di Rocky IV, ma che pretende che tu ci acquisti in abbinato le gommose alla liquirizia, la pizza surgelata, il gelato danese alla mou e i popcorn auto-combustili da microonde, così che mentre Apollo Creed cade defunto sotto i feroci colpi di Ivan Drago, tu giaci riverso nel tuo soggiorno in irreversibile coma iperglicemico.

Quando parlo del mio quartiere mi sento come quello che viveva col felino a un passo dal cielo blu, o come il bohemien che torna a Montmartre e non trova più i fiori di lillà. Ma a dirla tutta, la mia zona non ha mai avuto quel fascino, nonostante abbondi di gattare e di erba sconocchina. E' il posto dove sono nato, e questo mi basta perché quando ci ritorno mi ritrovi a contemplare con soddisfazione l'eroico colorificio che resiste misteriosamente nella piazza, il 24 che corre indefesso come un alpino sul Carso, e quello stadio dove batte il mio cuore nerazzurro.
Forse un giorno mi renderanno amica la mia zona. Forse un giorno daranno valore alla stupenda biblioteca nascosta in Via San Giusto, dove al civico affiancato posso anche ritirare il metadone. Forse un giorno decideranno che quello spiazzo di verde tra la caserma e l'ATM può ospitare qualcosa di più allegro di un depuratore. Forse un giorno daranno dignità allo storico Giambellino che è a due minuti da casa mia. Forse un giorno renderanno Trenno bello e sicuro come un parco londinese, e potrò andare a vederci le stelle con una ragazza straniera, senza che le stelle le facciano vedere a lei e a me. Forse, basterebbe un giorno.

Intanto, non mi resta che inginocchiarmi in un vano della famigerata Chiesa Calasanzio, prospiciente a San Siro, e ricordare al mio santo protettore quanto noi interisti abbiamo già patito.
Ma se questo non basterà e uscirò di nuovo sconfitto, abbandonerò ancora lo stadio e girerò per le mie vie circostanti cantando a squarciagola le note dei Ricchi e Poveri: "Ci sarà una storia d'amore in un mondo migliore".
Non mi ha mai consolato, ma credendomi pazzo nessuno si è mai avvicinato per sfottere.

Catone - interisti.org