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La città patrimonio dell’umano
Il discorso del Cardinale Martini al Consiglio Comunale del 28 giugno 2002

1. La città patrimonio dell’umano


Mai come in questo tempo stiamo sperimentando, più ancora che la forza, la debolezza delle nostre città. Eventi drammatici che hanno toccato altre metropoli, il riproporsi recente di oscure minacce e più in generale la complessità dei processi in atto nei grandi agglomerati urbani sembrano indurre a un senso di sgomento di fronte alla difficoltà di reggere alle sfide che pone la grande città.

Eppure la città è un patrimonio dell’umanità. Essa è stata creata e sussiste per tenere al riparo la pienezza di umanità da due pericoli contrari e dissolutivi: quello del nomadismo, cioè della desituazione che disperde l’uomo, togliendogli un centro di identità; e quello della chiusura nel clan che lo identifica ma lo isterilisce dentro le pareti del noto.

La città è invece luogo di una identità che si ricostruisce continuamente a partire dal nuovo, dal diverso, e la sua natura incarna il coordinamento delle due tensioni che arricchiscono e rallegrano la vita dell’uomo: la fatica dell’apertura e la dolcezza del riconoscimento. Ambrogio le caratterizzava secondo la nota formula: “cercare sempre il nuovo e custodire ciò che si è conseguito” (“ut et operibus nova quaerat et parta custodiat” : de paradiso, 4,25).


2. La città e le differenze

Noi avvertiamo la fatica di costruire la città del nostro tempo come un luogo insieme protettivo e aperto, come una specie di Gerusalemme celeste dalle molte porte (cfr Apoc 21,12-13). Per queste porte infatti entrano e sono entrate tante differenze disorientanti. E vi sono entrate ancor prima di quelle che noi comunemente definiamo con il prefisso di extra e a cui tendiamo ad attribuire mali che sono più radicalmente epocali e culturali. È stata infatti la società complessa a sancire la fine della unità di un costume comune e identificante. È stata la frammentazione ad essa congenita che ha polverizzato quella che prima era un’unica identità nei tanti sotto-insiemi della società, i quali aspirano ciascuno a regole particolari e diverse. Sicché l’apertura della città rischia oggi di spersonalizzarla e ogni soggetto che vi entra si sente isolato; e, d’altro canto, l’identità si rifugia, quasi per paura, nei tanti gruppi amicali paralleli che rivendicano proprie regole particolari. Così l’apertura, disarticolandosi, non arricchisce più l’identità e l’identità, parcellizzandosi, non dà senso a tutta la città.

Eppure la città conserva un ruolo visibile di manifestazione dell’umano, se è vero che diventa luogo simbolico privilegiato dove si scarica il conflitto; una cassa di sfogo di scontri ideologici e perfino di disagi comuni. Ed essa ne paga forti tributi di insicurezza e perfino di sangue. E così può nascere uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche, per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l’eliminazione degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante. È allora la città destinata a disperdersi in un nuovo feudalesimo, compensato magari dalle impersonali relazioni mediatiche? È destinata a diventare un accostamento posticcio tra una city, identificata dal censo e dagli affari, e molte diversità a cui si concede di accamparsi in luoghi privilegiati o degradati, a seconda dei casi? E però se l’antidoto alla città difficile diventa una piccola città monolitica assediata dalle mille città diverse, la città perde il suo ruolo di identità-apertura e si originerà una faglia di insicurezza che metterà a repentaglio gli insiemi. È questa, in realtà, una delle caratteristiche e uno dei limiti d’una oligarchia, non d’una democrazia, stando a Platone: “uno Stato oligarchico è non unico, ma doppio: uno dei poveri e uno dei ricchi, sussistenti entrambi nello stesso territorio, in perenne conflitto tra di loro” (Repubblica, VIII,7. 551d).
Si evidenzia perciò, oggi come non mai, la difficoltà della gestione della città e del suo governo politico, e può nascere la tentazione di gestire la città limitandosi a tenere separate le parti che in essa convivono mediante una specie di paratie tecniche. Ma così la città muore e soprattutto muore il suo compito di custode della pienezza dell’umano, per cui essa era nata.


3. La città a misura di sguardo
Invece, proprio in forza della sua complessità localizzata, la città permette tutta una serie di relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo, e quindi esposte al ravvicinato controllo etico, e consente all’uomo di affinare tutte le sue capacità. Essa è infatti sempre meno un territorio con caratteristiche peculiari, e sempre più un mini-Stato dove si agitano tutti i problemi dell’umano. È perciò palestra di costruzione politica generale ed esaltazione della politica come attività etica architettonica. E in più ha dalla sua il vantaggio di una tradizione di identità propria. Ce l’ha in particolare Milano - e le è comunemente riconosciuta - nel ruolo del lavoro e dell’organizzazione amministrativa e di servizi, di un raccordo tra religione e strutture formative e caritatevoli, che la rendono luogo facilmente riconoscibile da chi vi sopraggiunge. Ma se si perdono le radici culturali di questa identità e si cerca solo di mantenerne vivi i vantaggi tecnici, si finisce e col perdere l’anima della identità e, alla lunga, anche i suoi vantaggi.

Milano non può, nel nome dell’identità, perdere la sua vocazione all’apertura, perché proprio questa è iscritta nella sua identità, cioè la capacità di integrare il nuovo e il diverso.
L’accoglienza, come categoria generale, non è per la milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto ad una testimonianza fattiva. Per questo sono lieto che sia possibile, in collaborazione anche col Comune, offrire alla città una “Casa della carità” che risponda alle intenzioni di un generoso benefattore milanese e rimanga come segno di accoglienza verso i più sprovveduti.


4. La città e l’integrazione del nuovo

La forza di questa città sta quindi in una solida identità e nella capacità di integrare il nuovo, non solo di contenerlo spazialmente dentro le sue mura. Sembra quasi che questa si alimenti alle radici di Ambrogio che, grande uomo di Dio, aveva saputo imporre il suo modello di intervento alla città antica coniugando rigore e misericordia. Il flagello di Ambrogio - che compare anche nel gonfalone del Comune di Milano - sembra presentare un vescovo che punisce i mali della città. E’ così, ma Ambrogio sottolinea espressamente che il flagello non è solo per la punizione, come la verga che è directa, dura e non si adegua alle singole coscienze, ma è un segno di persuasione (“virga ut corrigat, flagello, ut suadeat” Exp. Luc., IX, 21). Esso infatti non disarticola nè separa le membra come invece fanno la spada e la scure (ad esempio in Aussenzio, citata nel Sermo contra Auxentium = Epistola, 75A, 17.23). Il flagello produce sì dolore, ma un dolore che ridesta il corpo, invitandolo alla ripresa. La funzione del potere, religioso ma anche civile, è quindi di persuasione che può essere anche dolorosa, non di separazione.

Ambrogio racconta che al primo Imperatore cristiano, Costantino, la madre Elena, dopo avere scoperto a Gerusalemme la croce di Cristo, inviò due chiodi della crocifissione: l’uno fu inserito nel diadema imperiale, a significare che era la croce a dar sostanza alla gloria; l’altro fu forgiato a morso per costringere gli Imperatori, che prima non ammettevano responsabilità personale nei loro atti di governo, a guidare, non a dominare, i loro sudditi (“ut imperatorum insolentiam refrenaret, comprimeret licentiam tyrannorum...ut regerent sibi subditos”: de obitu Theodosii, 50). Si tratta di contemperare ineluttabili gesti di forza con una concomitante moderazione di potere, che non è uno stratagemma pragmatico, ma habitus di magnanimità che permetta soprattutto al più debole di pacificarsi con dignità e che solo per il più forte non è segno di cedimento.


5. La città per i deboli

Ed è soprattutto ai deboli che va il nostro pensiero. È inutile illudersi: la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c’è il pane. “Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità”, diceva Ambrogio (“ne dum hospes eligatur, hospitalitas ipsa minuatur”: Exp. Luc., VI, 66). Ma ciò non significa un’accettazione passiva, subìta e dissennata, nell’accoglimento solo di quell’ospite che sia simile a noi: il magnanimo ospitante non teme il diverso perché è forte della propria identità. Il vero problema è che le nostre città, al di là delle accelerazioni indotte da fatti contingenti, non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore, e scambiano questa loro insicurezza di fondo con una insicurezza di importazione. E invece il tarlo è già in esse ed è qui che lo si deve combattere con lucidità, vedendo la città come opportunità e non solo come difficoltà. La città va scelta e costruita con intelligenza e con magnanimità, così come si esprime Ambrogio in un curioso paragone: “II luogo dove un re della terra vuol fare riposare il suo esercito ha da essere non un villaggio sconosciuto, privo di risorse, non una zona sabbiosa e spoglia di vegetazione, ma una città famosa per i suoi edifìci, ricca e prospera d’ogni mezzo o una campagna ridente e verde di pascoli o luoghi ricchi di boschi e di campi adatti agli accampamenti”. E Dio va sempre in avanscoperta durante la marcia del suo popolo verso la nuova città (“Sicubi vult requiescere rex terrae exercitum suum, non ignobilem vicum, non commeatibus indigentem, non arenosa et nuda gignentium, sed urbem edificiis nobilem, refertam et uberem copiarum aut agrum amoenum et virentem pascuis aut nemorosa et campestria stativis opportuna decemit. Ergo si regem terrae norunt comoda providere sequentibus se, quanto magis deus, qui bonus est, novit quemadmodum profutura disponat diligentibus se...deus autem praeibat, cum Hebraei facerent iter...”: Expositio psalmi CXVIII,HE,14).

Parrebbe a volte che la città - in particolare nei suoi membri più potenti - abbia paura dei più deboli e che la politica urbana tenda a ricercare la tranquillità mediante la tutela della potenza. Non è la lezione di Ambrogio, per il quale la politica è eminentemente a servizio dei più deboli. Questo non è un invito vagamente moralistico, ma ha efficacia politica. La paura urbana si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno ad occupare attivamente il proprio territorio e ad occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione. Chi si isola è destinato a fuggire all’infinito, perché troverà sempre un qualche disturbo che gli fa eludere il problema della relazione: commune conversationis officium, dice Ambrogio: “comune è il dovere di intrattenere relazioni” (Exameron, V,ser.viii,21,66).


6. Reti di relazioni nella città

L’invito a creare legami di solidarietà sempre più diffusi (parentele, amicizie, gruppi sociali, gruppi culturali, ecclesiali, gruppi politici) non è solo uno sfizio di anime belle né la creazione di oasi incomunicanti. È l’unico modo per vincere la paura di una impari difesa isolata. Chi si prende cura del bene di tutti può sembrare, apparentemente, più esposto alle ritorsioni di avversari con cui dialoga e confligge, ma, in realtà, si cinge come di una corazza delle adesioni e delle solidarietà che non lo lasciano inerme. Di qui scende la predilezione congenita della dottrina sociale della Chiesa per i valori sociali più che per quelli individualistico-libertari cioè per i valori che permettono le relazioni, non per quelli che concedono all’individuo una libertà il più possibile estesa, ma senza responsabilità.

Cercare assicurazione alle nostre paure attraverso le chiusure individuali e l’accumulo di risorse, sembra la via naturalmente più facile, resa perfino meno odiosa grazie a meccanismi finanziari che occultano le scelte economiche. Eppure non è questa per Ambrogio la ricetta per uscire dalla crisi. Da sempre, nelle epoche di angoscia, le sicurezze non risiedono in manifestazioni di potenza, che innescano catene di reazioni e di invidie, ma sono insite nei gesti di misericordia: “la misericordia non è mai delusa, ma riceve sostegno” (“Primum omnium misericordia numquam destituito, sed adiuvatur”: de off., III,47). Per funzionare, la città abbisogna di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza. In questa dedizione Ambrogio vedeva rivivere al suo tempo il valore della donazione civica che era tipico delle alte cariche dell’antica Roma e delle sue virtù. Agli spiriti forti ricordava l’obbligo di superare lo sterile orgoglio di casta e di ricompattare una società in via di disgregazione attorno a valori di dedizione. Solo se si riuscirà a creare con la generosità una mentalità di solidarietà, si troveranno amici nei momenti critici.

All’ attenzione verso gli ultimi la nostra società non si sente più oggi forse costretta, interessatamente, come nel passato, dalla paura della rabbia dei poveri, che ormai, ridotti di numero e di potenza, stentano a far sentire la loro stessa voce e a trovare una rappresentanza politica. Ma la nostra chiusura produce un male forse ancor peggiore, perché più sottile, che non la rabbia del povero: l’indebolimento dello spirito di solidarietà. Se è vero che questo indebolimento comincia a manifestarsi prima verso i lontani ed estranei, e sembra vantaggioso per chi li esclude, esso poi si approssima via via sempre più ai vicini e penetra infine, per una ineluttabile dilatazione d’onda, dentro noi stessi, punendoci quando saremo noi in posizione debole. Non ci si può illudere di arrestarlo facilmente al di fuori del nostro cerchio di interesse, tenendocene al riparo. I meccanismi della storia si riproducono inesorabilmente dentro l’uomo.


7. La città e le sue regole

La ricerca del bene per la città di tutti ha regole proprie di crescita attraverso le quali non si può non passare, pena la perdita della evidenza di tale bene: sono le regole del consenso dei cittadini, stabilite dalle modalità democratiche, e quelle della costruzione del consenso. Non sono pure tecniche o pure metodologie, ma sostanza stessa dell’atto libero di decisione. Esse passano per il convincimento e la pazienza, per la stessa graduazione dei valori, perfino per dure rinunce nel nome di una superiore concordia civile e sempre in vista di un bene più alto.

Ambrogio, che non dimentica nella sua funzione episcopale l’uomo politico che fu, sa vedere il valore della disciplina, anche della normatività giuridica e amministrativa; il valore delle strutture di governo, come luoghi in cui si costruisce l’uomo “dei doveri”. Egli comprende l’importanza della gradualità della legge e dell’esempio di chi più può. In ciò egli accoglie la lettura stoica (ciceroniana) del passaggio dall’etica dei doveri all’etica della perfetta virtù, che è disposizione acquisita a fare autonomamente, e non più per direzione eteronoma, il bene. Ma anche nella fase di passaggio tra morale e mistica, Ambrogio insinua, fin dentro le regole e gli sforzi dell’etica, le ragioni del fine unitivo: le regole dell’etica, anche e soprattutto pubblica, impongono all’uomo quei comandi che rispondano alla sua natura e alle sue capacità di azione e di realizzazione di sé. La città può sciogliersi dal freddo compito di accogliere il solo principio della standardizzazione delle regole e di una democrazia puramente formale dove vige l’astratto principio che vuole tutti uguali, anche quelli che per ragioni storiche e di umanità sono profondamente diversi: gli edifici della città - dice Ambrogio - “sono i comandamenti alti e i più alti... divideteli bene [Sal. 47,14], distribuendoli secondo le capacità di ciascuno, a seconda delle possibilità che ciascuno ha di comprenderli con le proprie forze” (“Sunt etiam sublimia et alta praaecepta, in quibus sunt occulta pietatis mysteria et theoremata sermonum caelestium. Haec, inquit, distribuite et prò captu uniuscuiusque dividite, quantum possit unusquisque ingenio proprio comprehendere”: Explanatio psalmiXLVII,24).

La possibilità di vedere, nella città, il volto amico del potere dovrebbe contribuire a promuovere una politica custode di quell’amicizia che in sede civile prende il nome di concordia e che si prende cura non solo di realizzare il programma stabilito con i propri amici, ma del terreno comune che sussiste tra questi progetti e quelli dell’altro, del cosiddetto “nemico”. Nessuna nostalgia per un trascorso, deleterio, consociativismo, che era frutto di baratti di potere. Si pensa piuttosto ad una proficua mediazione tra valori, che ha da essere costante se si vuole che non si coltivi nella città il germe della astiosa rivincita e della conflittualità perenne. Rifacendoci anche alla recente Assemblea della Conferenza episcopale della Chiesa Italiana, dovremmo ribadire che vanno cercati tutti i segni di comunione dentro le forze politiche. E quale terreno più profìcuo che la città, luogo complesso dove però permane un ethos più condiviso e una conoscenza meno mediata? La città è organo politico strettamente identificato in un territorio controllabile da tutti. Anche la Chiesa, per la sua stessa impiantagione, privilegia il luogo particolare (per questo si parla appunto di Chiesa “locale”) rispetto ad aggregazioni sovralocali frutto di scelte individuali. Alcuni meccanismi sono comuni, perché il mondo da salvare è quello con cui veniamo quotidianamente a contatto, nel quale si muove la variegata ricchezza della vita di un popolo che è il nostro prossimo più vicino. La città quindi ha, ben più del villaggio, diversamente dai gruppi amicali semplici, la caratteristica della diversità interferente che cerca di crescere nell’insieme.


8. I cristiani nella città

Ma qui vorrei anche dire, come vescovo, una parola rivolta specificamente ai cristiani nella città. Per essi l’invito alla ricerca comune della concordia si fa più pressante, in particolare per i politici che amano definirsi cristiani, affinchè possano, dentro le varie forze, rappresentare il collante d’una società che sta faticosamente cercando una sua stabilizzazione civile, in quanto essi sono portatori dell’ethos storico più congenito al nostro popolo e più identificante. Noi amiamo immaginare che i cristiani si facciano accogliere negli schieramenti di orizzonti valoriali differenziati sia per ciò che rappresentano di storia sia per ciò che garantiscono di sfondamento delle rigidità delle singole forze e di comunanza con tutti. Che venga loro tributato un pieno riconoscimento civile proprio in forza di una loro sensibilità comunionale e della connessa capacità di fungere da elementi che preservano una cittadinanza ancor fragile e conflittuale dalle cadute nell’irrigidimento contrapposto. Il cristiano oggi nella città deve interpretare quindi l’alto compito storico di creare un tessuto comune di valori su cui possa legittimamente trascorrere la trama di differenze non più devastanti. E questo sia in zone proprie di riflessione e di traduzione antropologica dei propri valori di fede (e una operazione come questa potrebbe genuinamente interpretare almeno alcuni aspetti del progetto culturale della Chiesa italiana) sia facendoli sbocciare dentro i luoghi della diverse appartenenze politiche, dimostrando che ci si può occupare a pieno titolo, da cattolici, dei problemi di tutti, non solo con una attenzione confessionale.

Non vediamo affinità con la concezione cristiana in una politica che isola i contendenti e li fa confrontare tra di loro solo nel momento elettorale. Amiamo pensare che sia possibile una politica che, pur nel rispetto di ruoli e responsabilità diversi, sia perennemente dialogica, perché vige in essa la regola del consenso che, nemmeno esso, è un dato solo elettorale, ma di cui il potere continuamente ha bisogno per legittimarsi.


9. La città degli onesti e degli uguali

Sia permesso infine di indicare più in generale quella strada politica efficace che è quella di dare forza e amabilità a una esistenza vissuta nel rispetto delle regole, mostrando che una vita umile e paziente, rispettosa delle leggi ed estranea alle prepotenze, non è atteggiamento imbelle, ma è umana e forte. Ma finché la nostra società stimerà di più i “furbi”, che hanno successo, un’acqua limacciosa continuerà ad alimentare il mulino della illegalità e anche, sì, della microcriminalità diffusa. C’è anche un altro effetto, e forse più grave: quello che, togliendo stima sociale all’onestà, si indebolisca il senso civico, in specie dei giovani e dei più esposti alle strumentalizzazioni; e che si coltivi, anche nell’industre di Milano, una classe di manovalanza criminosa, attratta dal facile guadagno. Compito culturale urgente allora - che accomuna la città con le sue decisioni politiche e la Chiesa con la sua funzione formativa - è quello di innescare un movimento di restituzione di stima sociale e di prestigio al comportamento onesto e altruistico, anche se austero e povero: “quanto è fortunata quella cittadinanza che ha moltissimi giusti” (“Quam beata civitas, quae plurimos iustos habet, quam celebrabilis ore omnium, quomodo benedicitur tota de parte et beatus atque perpetuus status eius existimatur”: de Cain, II,12). Rivedendo magari, se del caso, i criteri con i quali la società - e magari anche la Chiesa - concedono favore e attenzione, criteri che troppo spesso premiano i potenti di questo mondo.

La città evidenzia le differenze e stimola la politica al suo ruolo principe di promozione dei diversi, in modo particolare dei più umili fino a che possano raggiungere una uguaglianza sostanziale. Se compito della città è la promozione di tutti gli uomini, questo si realizza non con una equidistanza astratta, ma con scelte preferenziali storiche costose. Solo queste costruiscono un costume utile alla promozione della moltitudine, e non si limitano a lasciare a gesti di sensibilità individuale, peraltro sempre mentori, la creazione d’una città amabile. Siamo convinti che la città di Ambrogio, che ha iscritta nel suo codice la consuetudine a tradurre in fatti istituzionali qualsiasi evento nuovo che in essa si produca, potrà trovare le modalità di una traduzione civile partecipata e corretta delle emergenze umane del nostro tempo e anticipare perfino soluzioni più generali e partecipate.

È con questa fiducia e con questo augurio che, mentre ringrazio ancora dell’onore concessomi, esprimo i migliori auguri per il futuro di questa città per la quale assicuro che continuerò a pregare e a interessarmi con affetto e trepidazione anche da luoghi più lontani, magari da quella città di Gerusalemme che riassume in sé le speranze, le sofferenze e gli ideali dell’intera umanità.

Carlo Maria Card. Martini