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A che cosa serve la detenzione?
di L. Pagano, direttore del carcere di San Vittore a Milano

Qualche anno fa il Papa visitò un carcere di Bogotà, capitale della Colombia. Le immagini televisive, che riprendevano l'evento, furono crude nel mostrare un istituto affollato all'inverosimile, i muri anneriti dal tempo e dalla sporcizia, i letti accatastati in fatiscenti cameroni, centinaia di detenuti che si accalcavano a salutare il pontefice. Il telecronista descriveva queste scene con accento accorato e indignato, stigmatizzando lo stato pietoso di quella prigione. Non poteva essere altrimenti; nel vecchio edifìcio, che, si diceva, potesse al massimo ospitare mille persone, ne erano stipate almeno tremila e il quadro che si presentava offendeva le più elementari regole d'umanità. Anch'io fui molto colpito da quelle immagini, pensavo non fosse giusto far vivere degli uomini in quello stato. Poi pensai: sono cittadino di un paese, l'Italia, di riconosciuta civiltà democratica e giuridica, abito a Milano, già città natale di Cesare Beccaria, e qui dirigo un carcere, San Vittore, che analogamente a quello colombiano, disponeva, allora, solo di 800 posti per i suoi 2200 detenuti. E San Vittore come molti altri nostri penitenziari in quel periodo era stato oggetto di censura da parte della Commissione contro la tortura, organo istituito in seno al consiglio d'Europa, che per alcuni di loro aveva parlato, nel proprio rapporto al governo italiano di allora, di «spettacolo deplorevole». Oggi il mio diario del carcere è a tinte meno fosche. La Colombia mi sembra un po' più lontana. La situazione di San Vittore è in parte migliorata, ma, come pure il presidente del Consiglio con onestà ha ammesso commentando le recenti manifestazioni di protesta dei detenuti, il carcere in molti casi è tornato a essere «l’infelice isola che non c'è».
La verità è che le parole non devono ingannarci. La pena detentiva, ancorché legittima, rimane, comunque, una pena corporale perché esercita la sua forza direttamente sui corpi degli uomini, crea dolore fisico, non soltanto morale. Cosa che io posso constatare ogni giorno. È per questo che negli ordinamenti penitenziari dei paesi democratici, e il nostro lo è di sicuro, il legislatore ha pensato di regolare per legge minuziosamente tutti quegli aspetti della vita carceraria che potevano sfociare in aggiunte gratuite di sofferenza. Invece, con troppa frequenza nel passato — ma a volte ancora oggi — succedeva che, in senso letterale, non si sapesse dove alloggiare i detenuti provenienti dalla libertà, tant'è che molti di loro finivano per dover dormire sul pavimento, magari in sale d'attesa prive anche di servizi igienici. Ricordo che a San Vittore c’erano giorni in cui gli agenti erano costretti a tenere i detenuti addirittura nel vano dell'ascensore. Oggi le carceri, anche il mio carcere, sono un po’ meno affollati. Ma nella mia mente resta la domanda più penosa e più importante. Cioè se debba essere la detenzione, come appare dall'aumento del numero di detenuti, l'unico o il migliore rimedio per affrontare e risolvere ogni forma di devianza.
Io penso di no e la mia non è velleità di anima pura, buonista a oltranza (non dimentico mai di essere un carceriere), ma assoluta concordanza di idee con l’attuale quadro normativo del sistema penale e penitenziario che dal codice di procedura alla legge Gozzini, alla legge Simeone, a quella sulle detenute madri o sui malati ai Aids o sulle tossicodipendenze ha esteso sempre di più la possibilità di ricorrere a misure alternative alla detenzione.
E, allora, per i tanti tossicodipendenti, stranieri, ammalati, donne con bambini o addirittura incinte che popolano le nostre carceri, e che si avviano a divenire la popolazione di gran lunga prevalente, non si può credere che esistano sempre e comunque esigenze cautelari di eccezionale rilevanza o considerevole pericolosità sociale che ne necessitano la tenuta in «vincoli» anche quando si tratta di imputazione o condanne per reati che, una volta, si chiamavano di «microcriminalità». La realtà è che le misure alternative, concedibili durante il processo o dopo la sentenza di condanna, risultano impraticabili per queste persone.
Ne vedo tante, ogni mattina. La maggior parte di loro non ha casa, non ha famiglia, non ha lavoro. Sono condannati due volte. Non è infatti possibile, concedere detenizione domiciliare o semilibertà a chi non ha un domicilio, una famiglia, un lavoro. Il risultato è che il carcere, contro ogni espressa dichiarazione normativa, ha sostanzialmente riassunto un ruolo centrale nel sistema penale, ma non differenzia più rispetto alla gravità dei reati e la pericolosità del reo, è diventato uno strumento inflazionato che svaluta e rende assolutamente esigue le già scarse risorse disponibili per la realizzazione dei programmi di recupero sociale che la carta costituzionale pone come obiettivo principale della pena.
Chi non può uscire dalla prigione, si trasforma spesso in un criminale peggiore di quando è entrato: il ladro di polli o il giovane tossicodipendente lasciato alla mercé e alle lusinghe degli apparenti facili guadagni proposti dalla criminalità organizzata è un giovane spesso perduto per sempre. E a me, a noi — governo, istituzioni locali, forze sociali — resta a martellarci quella terribile domanda: a che cosa serve oggi il carcere?

Luigi Pagano
Direttore del carcere di San Vittore a Milano